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sabato 2 gennaio 2016

Scipione Gino Bonichi, Piazza Navona, dipinto a 26 anni dal grande pittore - documenti d'arte contemporanea

Piazza Navona
Scipione - Piazza Navona, 1930
Arte Contemporanea - Scipione Gino Bonichi, Piazza Navona. A 26 anni un grande pittore che morirà giovanissimo - a 29, di tubercolosi - dipinge un quadro la cui intensità ancora oggi può metterci i brividi. Scipione che frequentò con Mafai l'Accademia di Belle Arti a Roma fino al 1925 (vennero di fatto espulsi per "disaccordi" con il direttore) e che fu anche disegnatore e poeta...
Mario Mafai, il 19 novembre 1933, scrive In morte di Scipione per L’Italia Letteraria, ricordando quel clima romano di vagabondaggio...

"ll primo quadro di Scipione, esposto nel ’29, era un bue che soffìava sulla terra e un adolescente che guardava l’orizzonte nuvoloso e crepuscolare. Era già fuori della corrente pittura, annunziava un’intuizione poetica e cosmica dell’universo, che, accoppiata alla sua sensibilità pittorica, lo faceva inconfondibile anche da quei surrealisti che mettono tutto dalla parte della fantasia. La sua sensualità, la sua tattilità strana non gli ha permesso mai di rimanere esclusivamente in un freddo terreno di immagini. Scipione concepiva la pittura come un’emanazione diretta delle cose.

«Se si vuol dare un senso lirico alle cose, bisogna avere un’anima che ci risponda e sia pronta a vibrare» mi ha scritto nell'ultima sua lettera...

Vagabondava di notte nelle strade e nelle piazze di Roma con gli amici cui trasfondeva quella sua sovrabbondanza, li ubriacava, voleva aprir loro gli occhi alle immense ricchezze della vita che a lui doveva sfuggire. E in una di queste notti, capitato in botticella a Piazza Navona, ordinò al vetturino di girare e girare attorno a questa piazza otto, nove volte come in un’estasi. Il giorno dopo realizzava uno dei suoi migliori quadri: il paesaggio di Piazza Navona.

Ma la sua malattia era soltanto assopita e lo sorprese all'improvviso e nel suo momento migliore; quando credeva di averla già vinta."


Mario Mafai
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Scipione (Gino Bonichi)


È nato a Macerata nel 1904. Nel 1927, con Mario Mafai, Antonietta Raphäel e Marino Mazzacurati, dà inizio a quella che Roberto Longhi ha chiamato la Scuola romana di via Cavour. In questo primo periodo si collocano i suoi quadri ispirati a temi mitologici secondo le suggestioni metafisiche dei «Valori Plastici», corretti tuttavia rapidamente con un trasferimento del mito nella verità del quotidiano. Le suggestioni culturali risalenti alle opere del Greco, lo spingono ad un violento vitalismo mistico, che si traduce in visioni apocalittiche dipinte con accensioni e tenebre. Espone nel ’27 da Bragaglia e l’anno dopo a Palazzo Doria. Attraverso l’amicizia con l’amico E. Falqui collabora a «L’Italia Letteraria» nel ’29. In questo stesso anno passa alcuni mesi a Collepardo ed espone alla Mostra Sindacale del Lazio e alla Mostra di Arte marinara. Inoltre è presente alla Biennale di Venezia e, con Mafai, in una esposizione a Roma. Muore ad Arco (Trento) nel 1933. Due anni dopo, la Quadriennale gli dedica una retrospettiva.


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Francesco Tadini vi invita a condividere le attività della Casa Museo Spazio Tadini di via Jommelli 24 a Milano e a seguire e collaborare con il magazine / blog Arte Design Fashion Fotografia e Lifestyle Milano Arte Expo.



Lucio Fontana prima di Concetto Spaziale - Milano arte contemporanea documenti

Lucio Fontana
Signorina seduta, bronzo colorato, 1934, Milano
Lucio Fontana prima di Concetto Spaziale - Artista complicato e mutevole, cosi Edoardo Persico definisce nel 1936 Fontana. E parla dell'opera di Lucio Fontana "Signorina seduta" bronzo colorato del 1934. A dire che vale la pena di non considerare solo l'artista dei tagli...

Visto così, dall'esterno, Fontana può sembrare un artista complicatissimo e mutevole: la facilità di assoggettarsi a tutti gli stili, la capacità di convertirsi continuamente, possono sorprendere come di fronte ad un giocoliere. Eppure con quanta logica lo scultore perviene agli Amanti della «Casa del Sabato» alla V Triennale, e alla Bagnante della Villa Studio. De Fiori e Zadkin, Despiau e Laurens, impressionismo, cubismo, espressionismo, tutti questi pretesti di cultura accennano già a risolversi in una espressione viva, in istile.

Per Simmel il significato dell’espressionismo è «l’interna commozione dell’artista che si prosegue nell’opera, o, meglio ancora, come opera, del tutto immediatamente così quale viene vissuta». Questo è il punto di arrivo di Lucio Fontana: la vita nell’arte.

Le ultime opere dello scultore non sono, a questa stregua, né una bizzarria né un paradosso, ma un tentativo di estrema coerenza. L’autore crede che esse siano le sue cose migliori; se’condo noi costituiscono i documenti più sensazionali della sua acutezza critica, nello sforzo di ridurre, per così dire, il gusto europeo alla sua ragion pura. Ma Lucio Fontana è veramente altrove: nella Vittoria degli aviatori e, meglio, nella Signorina seduta.

La Signorina seduta, contemporanea al Pescatore che fu creato per strappare un grido di ammirazione alla giuria del «Tantardini», e contemporanea alle sculture in nero, in nero e rosso, in nero e bianco, è, per ora, il capolavoro di Fontana. Rappresenta il disfacimento del volume, la pretesa di risolvere scultura e pittura su di un piano lontanissimo da Rosso: tutte le esperienze di gusto dello scultore e tutte le sue ossessioni cromatiche sono adunate nella perfetta unità dell’opera, e in quella veste nera che è un accento indimenticabile.
Edoardo Persico

Lucio Fontana, Edizioni di Campo Grafico, Milano 1936.

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