martedì 16 agosto 2016

Michela Ongaretti e Milano Arte Expo: i collaboratori del blog di Spazio Tadini

Milano Arte Expo
Milano Arte Expo - magazine online fondato da Francesco Tadini
Michela Ongaretti e Milano Arte Expo: i collaboratori del blog di Spazio Tadini. Da circa quattro anni è online una blogzine dedicata all'arte, al design, al fashion - o moda, che dir si voglia, alla fotografia e al lifestyle. L'idea, la prima pietra e i primi duemila articoli circa sono stati redatti e postati da Francesco Tadini, con il contributo della socia onoraria della Casa Museo di via Jommelli 24: la coreografa Federicapaola Capecchi. In seguito, con l'obiettivo di allargare gli orizzonti e, soprattutto, di "portare forze giovani" a Spazio Tadini e alle sue attività, si è deciso di pubblicare i testi di alcuni "contributori"di Milano Arte Expo. Perché, può domandarsi qualcuno, un centro culturale dedito alle mostre e agli eventi "a casa propria" pubblicizza con un portale web (che, per inciso, ha superato abbondantemente gli 800.000 visitatori unici) gli eventi, le mostre, le sfilate, i concerti, così come le settimane del design a Milano ... altrui?

La risposta sta tutta nell'idea che ci siamo fatti dell'arte - anzi, delle arti - nell'era del web e del digitale. Per dirla con semplicità: il segreto (e il bello) sta nella condivisione e nella "proprietà collettiva" delle immagini a livello estetico, ma anche sociale e, infine, politico. Una colossale impresa enciclopedica come Wikipedia rappresenta un modello assolutamente rivoluzionario di diffusione e condivisione del sapere, solo per fare l'esempio più "universale".  Potrebbe mai, un centro culturale che si pretendesse "moderno e contemporaneo" giocare la comunicazione delle proprie iniziative senza prendere in considerazione - quantomeno - l'insieme (e la rete) degli avvenimenti che intelaiano - componendosi e interlacciandosi, almeno idealmente - il Sapere di una molteplicità di soggetti?

Michela Ongaretti
Michela Ongaretti - schermata da alcuni post per il blog  Milano Arte Expo
Senza farla lunga, l'occasione determinata dai Fuorisalone a Milano e, ancor di più, da Expo 2015 ha reso gradevole, utile, e interessantissimo, l'inserimento nel magazine aperto da Francesco Tadini Milano Arte Expo di una grande cultrice delle arti e del design qual'è Michela Ongaretti. Il primo post di Michela ha riguardato proprio il design: il marchio made in Italy Stilnovo. Con l'inizio, poi, dell'Esposizione Universale 2015 la Ongaretti ha contribuito con una serie di pezzi scritti "da dentro": abbiamo potuto giovarci della sua presenza e del suo lavoro per uno stand di Expo per facilitare - e Michela non ha perso occasione! - i contatti con gli uffici stampa dei grandi e / o migliori Padiglioni e, in seguito, anche numerose interviste e articoli documentatissimi sui progettisti, architetti, designer e comunicatori che hanno reso l'estate milanese del 2015 assolutamente indimenticabile.

Non resta che augurarvi di poter incrociare, nelle Vostre attività di comunicazione, il professionismo di Michela Ongaretti e lasciarvi - la scorpacciata è consistente - alla lettura di tutti i suoi testi. > Questo è il link ai post di Michela per Milano Arte Expo.

Omero, Iliade e Odissea: chi è Nestore?

Nestore
Iliade e Odissea, chi è Nestore?
Omero, Iliade e Odissea: chi è Nestore? È una di quelle figure di fama molto antica, sia nella letteratura che nel mito. Nestore era già familiare ai greci quando Omero lo introdusse nell'Iliade. Anzi Nestore, nel corso del poema, narra in ripetute occasioni episodi della sua vita passata che altri poeti avevano già trattato e incluso nelle loro opere. Queste leggende si ambientavano nel Peloponneso e, per l'esattezza, a Pilo. Il riferimento era a guerre che quella popolazione aveva sostenuto contro popoli confinanti.
Al tempo della guerra di Troia Nestore ha già conosciuto altri popoli e altri paesi: era anziano e molto esperto. Così è descritto da Omero: "Nestore dalla dolce parola, l'oratore dalla voce sonora di Pilo; dalla bocca di lui scorrevano accenti più dolce del miele. Egli ha già visto trascorrere due generazioni di mortali che un tempo con lui sono nate e cresciute nella divina Pilo, e ora regna sulla terra". Nestore porta quella che potremmo definire la voce dell'antica saggezza nell'esercito greco – quando interessi individuali o passioni giovanili ne minacciano la stabilità e l'unità. Già nel primo canto Nestore fa valere la sua posizione fra Agamennone, investito dell'autorità suprema ma costituzionalmente poco ben definita, e Achille, forte della propria origine divina e della indiscutibile superiorità di combattente.
Il valore della saggezza viene affermato senza avere il primato, in un mondo in cui la capacità fisica è assolutamente decisiva. Nell'Iliade l'ultima parola spetta sempre ad Achille, ma anche i consigli di Nestore hanno diritto al rispetto e impongono attenzione. Essi servono a decidere i casi particolari, le situazioni incerte in cui l'esperienza conta maggiormente.
Si sono voluti vedere in Nestore anche i difetti dell'età avanzata, dato che i suoi numerosi suggerimenti non sono sempre efficaci, e data anche la tendenza a parlare spesso di sé e della sua vita passata. Ma questo preteso umorismo ironico in realtà non c'è, nonostante che l'Iliade parli maggiormente dei personaggi che con Nestore sono in contrasto.

I consigli di Nestore non hanno efficacia quando pretendono di risolvere la grande contesa tra Agamennone e Achille, e questo perché essi non valgono per la nuova logica personale con la quale Achille tende a creare nuovi diritti. Tuttavia nei riguardi di Agamennone, che rappresenta il vecchio potere legale, fondato su patti addirittura divini, la voce di Nestore a un pieno e totale valore.

Verso la fine dell'Iliade i suoi insegnamenti si limitano invece a questioni di capacità tecnica, strumentale, che però riporta sempre agli accorgimenti di una più vasta esperienza. Nelle gare del canto XXIII suo figlio Antiloco partecipa alla corsa dei carri, e Nestore lo consiglia: "con l'accorta abilità, più che con la forza, è migliore lo spaccalegna; con l'abilità il pilota guida sul mare la nave squassata dai venti, e l'abilità l'auriga supera gli altri".

Nell'Odissea Nestore è tornato alla pace domestica, a Pilo, dov'egli accoglie Telemaco. Qui racconta al figlio di Ulisse la vendetta di Oreste su Egisto, l'uccisore di Agamennone. Telemaco capisce il suggerimento e si prepara all'azione e alla vendetta sui Proci.

Dafne e Apollo: il mito dell'amore irrisolto e non realizzato

Apollo e Dafne
Apollo e Dafne, di Paolo Veronese
Dafne e Apollo: il mito dell'amore irrisolto e non realizzato. Chi era Dafne? Un personaggio notissimo del mondo poetico classico, tra quelli a godere di maggior fama in tutte le età, a partire, particolarmente, dall'età ellenistica. Tuttavia, come accade spesso la rielaborazione che il personaggio e le sue gesta subirono durante le varie età rende difficile la sua ricostruzione storico-poetica. Dafne pare abbia avuto tre localizzazioni. Arcadia (fiume Ladone), Laconia (ad Amicle) e Tessaglia (fiume Peneo). La vera origine però è da cercarsi in Arcadia, anche se la tradizione letteraria si impadronì di tutte e tre le versioni, spesso producendo delle contaminazioni. Il carattere inconfondibile e costante è la scontrosità all'amore e la giurata verginità, in contrasto assoluto con la sua bellezza smagliante, tale da fare di Apollo un'insistente e appassionato amatore. Votata al culto di Diana, e quindi provetta cacciatrice, il dio si invaghì di lei talmente che la inseguì infaticabilmente in una folle corsa: sul punto di essere raggiunta Dafne invocò il padre Peneo perché la mutasse in albero per sottrarsi alle brame divine. Sul luogo sorse improvvisamente l'alloro, che Apollo al suo proprio culto consacrò in memoria perenne del suo primo – anche se vano – amore.

Dafne
Apollo e Dafne (1688-90), di Jacob Auer
Così narra Ovidio nel primo libro delle Metamorfosi, e questo è il racconto più completo che possediamo, per quanto già contaminato dalla tradizione precedente. Dafne è il simbolo della verginità che si sacrifica in olocausto di sé, come completamento della bellezza, prerogativa di una "vera femminilità", che acquista il suo massimo pregio quando diviene non conquistabile. Sotto questo aspetto il mito di Dafne interessò di ellenisti e i Romani, cantori dell'amore insoddisfatto e dolente, espressione di una intellettualità estetica che trova il suo completamento della contemplazione del proprio dolore o nel rimpianto. E su antichissimi resti di primitive religioni fiorì la figura di Dafne-alloro, con i suoi motivi fondamentali: l'inseguimento del dio, la metamorfosi in alloro, la verginità e l'amore alla caccia al servizio di Diana.

Questi elementi furono consacrati alla poesia – e di cui passarono tutta la tradizione culturale antica, comprese le arti decorative – da un poeta ellenistico, che, probabilmente anche nelle situazioni, oltre che nell'azione, servì da modello pure a Ovidio (anche se non sappiamo in che misura) e non fu ignoto a Nonno, che sovente nelle sue Dionisiache commemora la triste sorte della vergine. Contaminazione della saga apollinea è la favola di Elide, secondo la quale Leucippo, invaghitosi della fanciulla, per raggiungerla indossò abiti femminili a ciò consigliato da Apollo, geloso di lui e deciso a rovinarlo; ma costretto al bagno nel fiume e scoperto dalle vergini compagne fu trafitto dai loro stessi archi. Di questa tradizione, messa in versi dal poeta Diodoro Elaite, non possiamo dire altro che presenta i segni di una quasi sicura posteriorità dell'azione e nella situazione, pur rimanendo incerti i rapporti con la tradizione antica.

sabato 13 agosto 2016

Spazio Tadini, Ferragosto 2016 a Milano per una nuova stagione di mostre e idee

Spazio Tadini, Ferragosto 2016 a Milano per una nuova stagione di mostre e idee. Francesco Tadini e Melina Scalise restano fedeli alla città. Restano in via Jommelli 24 per ultimare i lavori di ristrutturazione degli spazi dell'Associazione Culturale. Si riapre il 15 settembre (con la preview stampa) e il 16 per l'inaugurazione di una grande mostra internazionale di fotografia. Anzi: un premio. E' l'espozione promossa dalla World Photography Organisation: quella del più grande premio fotografico al mondo: il Sony World Photography Awards. Saranno in mostra opere di ogni genere fotografico, spaziando dalla fotografia commerciale a quella di viaggio al fotogiornalismo, con una moltitudine di soggetti che spaziano dal ritratto allo sport all’architettura, ognuna selezionata fra le 230.000 fotografie inviate quest’anno da ben 186 Paesi. Lo scorso aprile la mostra dei Sony World Photography Awards 2016 è stata ospitata presso la Somerset House di Londra. Fino a oggi è stata presentata in India, Germania, Cina, Giappone, Australia, Francia, Russia e Stati Uniti.

Si ricorda che sono aperte le iscrizioni per i Sony World Photography Awards del 2017, giunti quest’anno alla loro decima edizione.

Approfondimenti su www.worldphoto.org.
Per ulteriori informazioni, contattare:
Cristina Papis – e-mail: sony.pr@eu.sony.com
Sony Europe Limited, Sede Secondaria Italiana – Via Rizzoli, 4 – 20132 Milano
Tel: 02-618.38.1

Per maggiori informazioni sui Sony World Photography Awards, contattare:
Jill Cotton, PR Director / Kristine Bjørge, PR Manager
press@worldphoto.org / +44 (0) 20 7886 3043

World Photography Organisation
La World Photography Organisation è una piattaforma internazionale a sostegno di iniziative legate al mondo della fotografia. Con attività che coprono più di 180 paesi, il nostro scopo è elevare il livello del dibattito sulla fotografia, dando visibilità ai migliori scatti e fotografi del globo. È per noi un punto di orgoglio saper costruire legami duraturi sia con i fotografi sia con i nostri partner leader del settore a livello internazionale. Proponiamo un ricco calendario di eventi annuale che comprende i Sony World Photography Awards (il più grande concorso fotografico al mondo che festeggerà il 10° anniversario nel 2017), diversi appuntamenti e incontri locali e internazionali, e PHOTOFAIRS, mostre d’arte internazionali dedicate alla fotografia con destinazione Shanghai e San Francisco. Per maggiori dettagli, visitare http://www.worldphoto.org

Sony Corporation
Sony Corporation è un’azienda leader nella produzione di apparecchiature audio, video, imaging, gaming e di Information & Communications Technology destinate al mercato consumer, alle aziende e ai professionisti. Grazie alle divisioni musica, cinema, computer entertainment e online, Sony si posiziona a pieno titolo quale azienda di elettronica e di intrattenimento leader a livello mondiale. Sony ha registrato un fatturato consolidato di circa 72 miliardi di dollari nell’anno fiscale chiuso al 31 marzo 2016. Per ulteriori informazioni relative a Sony è possibile visitare il sito http://www.sony.net/

lunedì 13 giugno 2016

Francesco Tadini Milano: nuovo sito - articolo sull'artista Gianfranco Pardi

Francesco Tadini - articolo su Gianfranco Pardi
Francesco Tadini ha il nuovo sito internet da visitare: http://francescotadini.it/ . Recentemente è stato pubblicato un post su una mostra a Milano presso Studio Marconi del 1983. Ecco l'inizio del testo di Pardi per quell'esposizione in via Tadino 15 nella storica galleria:  Poiché tutto muore poiché tutto è più breve della parola e del labbro che vuole pronunciarla, poiché tutto si frantuma oltre il suo orlo, tanto profondamente lo dilata la mescolanza…” (G. Benn, 1916)
Queste parole di Benn contengono forse tutto il senso del tragico sconvolgimento che la struttura del discorso ha subito nella cultura di questo secolo. Questa frantumazione, questa perdita dell’integrità, hanno una corrispondenza nel ribaltamento del concetto di spazio messo in atto dalla pittura dell’Occidente moderno.

La dicotomia mostrare dire e consumata in questo spazio. La pittura scava fino al vuoto, mostra questo errare in territori sconosciuti e si mostra, silenziosa, senza pudore, espone nuda la propria afasica presenza.

Zeitgeist.

In fondo c’è qualcosa di nostalgicamente premoderno in molte delle poetiche “postmoderne “; il desiderio di credere in un uomo integro che guarda (da quel “punto ragionevole ” che figura appunto la razionalità premoderna) un mondo intero.

Così la coscienza della crisi di tutti i valori, che ha segnato la nostra epoca, si trasforma nel suo paradossale contrario, una specie di assunzione acritica della crisi come “tutto il valore”.

Si può dire che l’interpretazione della pittura è “interminabile”, indefinita e infinita, l’opera non ha un rovescio.
>>
continuate a leggere al link del blog appena nato di Francesco Tadini!

martedì 19 gennaio 2016

Tadini: l'artista visto da Maurizio Fagiolo dell'Arco - mostra Studio Marconi 1966

Francesco Tadini
Tadini - Il pittore del parto e le donne fecondanti, Trittico
Francesco Tadini / Archivio Casa Museo Spazio Tadini HUB - mostra a Studio Marconi (ora Fondazione Marconi, via Tadino 15) 1966 - Maurizio Fagiolo dell'Arco dal catalogo dell'esposizione. Una pittura letteraria? Tadini viene buon terzo dopo Victor Hugo e Savinio, Come Hugo è un cultore della tecnica, come Savinio crede nelle magnifiche sorti del super-realismo. Una pittura che cresce a cicli, come una serie di romanzi a puntate.

domenica 10 gennaio 2016

Gianfranco Pardi visto da Guido Ballo nel 1983 - artisti e mostre a Milano e a Spazio Tadini

Gianfranco Pardi
Gianfranco Pardi, Architettura, 1973
Artisti e mostre a Milano e a Spazio Tadini - Gianfranco Pardi visto da Guido Ballo nel 1983. Nel dicembre 2015 si è tenuta alla Casa Museo di via Jommelli 24, Spazio Tadini HUB, la mostra Dialoghi Milanesi (vedi LINK all'articolo sul magazine Milano Arte Expo) a cura di Francesco Tadini e Melina Scalise con opere degli artisti: Emilio Tadini, Alik Cavaliere, Enrico Baj, maschera africana Salampasu della collezione Passaré, Gianfranco Pardi, Mino Ceretti, Filippo Scimeca, Nino Attinà, Enzo Togo,  Tiziana Vanetti, Sergio Dangelo, Rosanna Forino, Franco Mussida, Dario Brevi, Lucio Perna, Ludovico Calchi Novati, Francesca Magro, Sara Montani, Gaetano Fracassio, Florencia Martinez, Giorgio Albertini, Barbara Nahmad, Gabriele Buratti, Giorgio Celon, KayOne (al secolo Marco Mantovani), Willow (Filippo Bruno), Mario De Leo, Metaborg (Gianni Zara e Luca Motta), Luciano Bambusi (fotografo).

Sono state "formate" coppie di artisti che hanno dialogato fertilmente e a lungo, nella loro vita, d'arte e dintorni. Un'opera di Mino Ceretti è stata messa vicino a un piccolo gruppo di opere di Gianfranco Pardi (Milano 1933 - 2012). Tadini, Ceretti, Cavaliere, Enrico Baj e Gianfranco Pardi facevano parte, tra gli altri, di un gruppo nutrito di grandi amici - l'unico dei quali ancora vivo è Ceretti - che si frequentavano quasi quotidianamente. E, con loro, grandi critici d'arte e scrittori, giornalisti e fotografi (uno a caso? Ugo Mulas), attori e musicisti ...  che credevano nella vita come forma d'arte, prima ancora che nell'arte come modo di vivere.

Uno di loro era Guido Ballo (Adrano, 12 aprile 1914 – Milano, 26 luglio 2010) scrittore e grandissimo critico d'arte. Ballo ha dedicato pagine memorabili a una moltitudine di grandi artisti. Il testo che segue riguarda Gianfranco Pardi. E' del 1983 e si intitola: "Gianfranco Pardi, oltre l'apparenza".

mostre Milano 2016
Grandi artisti italiani - Gianfranco Pardi, Architettura, 1973
"Oltre l'apparenza: così chiamerei questa mostra e in genere lo sviluppo dell'opera di Pardi.

A un primo sguardo infatti tutto sembra razionale struttura, estrema conseguenza del costruttivismo storico, sorto in Russia prima del '14 con Tatlin, Rodchenko e gli altri del gruppo, in contrasto con Malevic, suprematista, non incline alla tattilità materica.

La geometria poi, in queste opere di Pardi, con i suoi ribaltamenti, e i tiranti carichi di energia, rendendo attivo lo spazio, nel superamento di pittura e scultura - usate insieme oltre i limiti dei generi - indica una particolare attrazione architettonica, che starebbe alla base delle sue ricerche: non a caso molti titoli sono “Architettura”.

Ma se si osservano le opere in modo più penetrante, tutto questo resta schematismo, apparenza, ciò che si vede subito: la vera chiave è altra.

Questa chiave non è, nel caso di Pardi, l'ambiguità, che pure è un tema che ricorre spesso nell'arte di oggi. L'ambiguità suggerisce qualcosa che c'è e non c'è, confonde il vero e il falso, l'essenziale e l'esistenziale, come avviene del resto nella vita di tutti i giorni: è un tema poetico che affascina già fin dal simbolismo, perché evoca l'idea del reale in divenire, che sfugge e fa sentire la presenza dell'altra faccia della medaglia. L'ambiguità è il razionale, ha radici nel potere suggestivo, rende instabile ciò che sembra su basi solide.

In questo senso, anche nell'opera di Pardi l'ambiguità si fa sentire, con tutto il suo fascino, nel senso che ciò che si vede nelle strutture non è tutto: ma nell'insieme diventa un aspetto incidentale, conseguenza della vera chiave, che va oltre l'ambiguo.

Non è, dall'altra parte, I'ermetismo della proporzione, il numero d'oro, di origine pitagorica e orfica: questo senso di misura chiusa c'è, almeno spesso, nelle sue opere, ma non è tutto. La proporzione, si sa, essendo regola di armonia compositiva, fa assumere nella struttura quel senso di mera- viglia, di stupore, che i surrealisti - specialmente Breton - le negavano, orientati verso l'altro tipo di meraviglia che nasce dall'accostamento casuale di cose estranee tra loro, ma che si rivela alla fine un gioco facile, fino al noto “cadavere squisito". Proprio nella storia della scultura - basta pensare all'Egitto, ai periodi arcaici di civiltà diverse, al nostro medioevo e al Quattrocento - la chiusa misura suscita il più attonito stupore: che è stupore del “numero”. In parte questa interna misura di proporzione, a volte anche con sottili varianti, c'è, ma non è l'aspetto fondamentale della sua opera.

Né infine è la nudità della struttura, che pure risalta a prima vista: questa nudità, che coincide con l'essenza costruttiva, c'è nelle sue opere, ma non sempre, perché ciò che sembra a prima vista struttura nuda messa in evidenza, nasconde spesso l'inafferrabile, iI segreto: che sono l'opposto della nudità strutturale.

In realtà l'opera di Pardi, senza dubbio complessa, anche se in apparenza semplificata al massimo, tanto da mostrarsi tutta “scoperta” nella sua genesi, nasce da una concezione del reale che va, come dicevo, oltre l'apparenza.

Prendiamo in esame alcuni esempi, scelti quasi a caso, tra le sue opere: le Finestre, le Porte, la serie delle Diagonali, le Piante, le Absidi: il resto, anche se eseguito prima, risulterà messo a fuoco nel modo più opportuno.

Le Finestre, come struttura, fanno parte della serie di Diagonali: rivelano il senso di costruzione tra la diagonale complessiva, generale, e le diagonali generate dalle successive ripartizioni. Ma, al di là di questo sistema compositivo, si presentano in realtà “quasi” come scatole: sotto la struttura, una zona dipinta resta chiusa, invisibile. Ed è qui il momento che suscita particolare interesse: nessuno vedrà mai, a meno che non smonti e distrugga l'opera, la zona dipinta e racchiusa sotto la copertura, nel vuoto scatola.

Perchè dunque Pardi ha sentito l'esigenza di fare questa operazione, a prima vista inutile?

E un procedimento “concettuale” (che certamente sarebbe piaciuto a Lucio Fontana, il quale però era estroverso e il senso del mistero l'otteneva dal vitalismo del segno-gesto): la zona dipinta è conservata (anche se sembra possa portarsi alla luce con uno scorrimento) invece è fissata, è racchiusa, come l'intoccabile, l'invisibile, che sentiamo nella vita di ogni giorno. E la spinta che viene dall'ignoto, dal mistero: e diventa così “concetto”, “idea” oltre il visibile, oltre l'apparenza. In sostanza, è una ripresa, con processi nuovi, dei modi delle civiltà più antiche, quando certe pitture e sculture non erano in funzione dell'occhio umano, restavano racchiuse nelle tombe, in certe zone dei templi, dove nessuno poteva vederle. Ma in queste civiltà tutto era in funzione del divino, diventava dunque un rito di origine religiosa: oggi, Pardi, da laico, usa questo processo forse per una spinta inconscia verso il mistero, l'emblematico, l'irrazionale oscuro che non ci fa spiegare il reale inafferrabile.

Nella serie di Porte tutto questo diventa più evidente: bastino gli esempi di due trittici Poeticamente abita l'uomo (dai versi di Holderlin) e Porta 1978. Nel primo esempio il trittico delle Porte, due chiare, una nera, in ferro, sono ermeticamente chiuse, impenetrabili, su una parte dove i segni lineari geometrici continuano dietro le porte stesse: ciò risulta meglio nell'altra variante, in cui accanto alla porta in ferro, tutta chiusa, le altre due sono strutture con vuoti, in certo modo “cancelli”, che mostrano, negli spazi della parete in vista tra le sbarre, questa continuità dei segni geometrici: ma anche queste due porte sono ermeticamente chiuse. Specialmente la porta in ferro scura, serrata, diventa “presenza” misteriosa, fa sentire il limite dello spazio e anche del reale umano: ed i segni su tutta la parete acquistano valore allusivo oltre l'apparenza.

Nell'altro trittico della Porta '78, su cui è una zona rettangolare, anch'essa divisa in tre parti ma più lunga, quasi architrave-idea, nel nitore della parete, senza altri segni se non le linee rette, divisorie degli spazi, accanto alla porta centrale in nero, la porta di destra è un vuoto che fa intravvedere una stanza chiusa, oscura: si accentua così, o comunque si ripresenta con varianti, il senso del vuoto, del mistero, del reale oscuro. La razionalità di tutta la struttura delle varie Porte poggia così sull'irrazionale, sino al risveglio di certe spinte dall'inconscio: bisogno di fughe impossibili, evasione, altri spazi. In fondo è un altro sviluppo, inedito, da lontane premesse simboliste.

Guido Ballo


Emilio Tadini: il grande artista visto da Vittorio Fagone per una mostra del 1972

francesco tadini
Emilio Tadini, Città Italiana
Emilio Tadini: il grande artista visto da Vittorio Fagone per una mostra del 1972 . Francesco Tadini Archivio - dal catalogo della mostra alla galleria Quattro venti di Palermo. A rendere singolare la posizione del pittore Tadini nel quadro della ricerca artistica contemporanea contribuiscono due determinazioni: la prima è la particolare formazione, e esperienza, da cui l’artista proviene (Tadini ha pubblicato una decina d’anni fa un romanzo, «Le armi, l’amore », che destò parecchio interesse e come critico d’arte ha scritto numerose illuminanti pagine sulla situazione artistica italiana a cavallo degli anni cinquanta-sessanta); la seconda, più consistente, è la precisione inequivoca con cui egli va dichiarando perimetro e verso di una ricerca nell'immagine testimoniata, e esemplificata, dentro conclusi cicli di opere (ricordiamo «La vita di Voltaire» del 1967, « Color & Co. » del 1968-69). Esiste un luogo dove le due determinazioni s’incrociano, e in quale direzione?

Se si riconsidera lo spazio dell’invenzione campo attivo di una poetica moderna, come punto di recupero e di deragliamento di una convenzione (letteraria e linguistica), è certo questo il luogo dove punta con insistenza persuasiva il discorso di Tadini, il suo continuo appellarsi a immagini consuete come parti di una memoria infrazionabile. Una invenzione tanto più esplicita quanto meno definita, definibile, è la disposizione dei singoli articoli-oggetti-personaggi ritrovati; cosicché alla fine le immagini, i luoghi della invenzione cessano di essere strumenti, o semplici indicazioni di percorso, e liberano una evidenza incomprensibile, una figuralità illusoria e provocante.

Si tratta di un’operazione abbastanza sottile, che calcola lo scarto delle associazioni e ne blocca le uscite prevedibili riportandosi ai momenti di costituzione dell’immagine.

Certi meccanismi narrativi sono ben noti a Tadini. Ma non è sicuramente il racconto la chiave, la strutture del suoi quadri, quanto piuttosto la delimitazione di uno spazio dove un’azione è possibile, la genesi non fortuita di certe figure-segnali; gli interessa la possibilità di relazione tra oggetti diversi, ma anche - e forse più - l’impossibilità di certe relazioni. Lo spazio figurativo che egli a questo modo riconquista è ottenuto per una serie di alterazioni rispetto a una totalità univoca e inerte.

Le serie di dichiarazioni che Emilio Tadini premette alle sue opere più recenti presentate in questa mostra, e che appartengono tutte agli ultimi cicli «Viaggio in Italia» e «Paesaggi di Malevich », sono in questo senso indicative. Quando Tadini annota, a proposito del lavoro onirico come analizzato da Freud nell’« Interpretazione dei sogni», che per Freud è più importante l’analisi di un processo che la decifrazione di un cifrario, l’elaborazione di una sintassi che la compilazione di un dizionario - Tadini è interessato delle analogie tra attività onirica e il lavoro del figurare - egli formula anche una dichiarazione di poetica. A lui interessa più che l’oggetto di una rappresentazione figurativa la dilatazione di uno spazio di relazioni o di significati; l’identificazione di un contesto, di uno dei contesti possibili o impossibili, attraverso un gioco di spostamenti o false somiglianze (si pensi alle valige di marmo, ai solidi sospesi nel vuoto, allo spazio artificiale nella quale si dispongono gli oggetti di una stanza), più che l’inquadramento o l’accumulazione di una serie di oggetti-figure.

Ma ci sono altri due elementi da precisare per una essenziale comprensione del lavoro di Tadini. L’irreversibile specificità di costituzione di una struttura pittorica, e posizione e orientamento di tutto il suo lavoro rispetto al fronte della realtà. L’uso del colore e del disegno in Emilio Tadini è singolare. Il colore è disteso per superfici nette, rigorosamente delimitate da un disegno spesso costruito con un segno inciso come in negativo; se un colore si incontra con un altro colore non vi si mescola per
accostamenti di tono ma opponendo contorno a contorno (spie indicative sono le false ombre portate, le marezzature del marmo).

Esso si fa continuo, neutro come spazio conclusivo del quadro: in questa dimensione è tale da sostenere e provocare l’allentamento degli schemi ovvi di associazione ai quali più sopra si è accennato, lo scardinamento temporale (che è il luogo di analogia più acutamente pronunciato rispetto alla scena onirica). Questo spazio rigetta improvvise accensioni o modulazioni, liriche o pittoricistiche, ma assorbe e fa vivi i taglienti trapassi cromatici come occasioni percettive significanti.

Nel momento in cui tale processo si realizza c’è anche l’opposizione precisa a una determinazione formalistica. Che è spiegazione di un orientamento rispetto al nodo natura-cultura, avvertito dall’artista come uno dei luoghi decisivi delle contraddizioni dell’uomo occidentale. Tadini ha trascritto in alcune sue note recenti una delle fondamentali dichiarazioni utopiche dei «manoscritti» di Marx «la società è la compiuta consunstanziazione dell’uomo con la natura, la vera resurrezione della natura, il realizzato naturalismo dell’uomo e il realizzato umanesimo della natura ». Per Tadini la natura non è il paesaggio fuori di noi, non ‘e un oggetto di dominio «ma qualcosa con cui avere un (faticoso) ricambio organico, una estraneità di cui una parte di noi fa parte, da smuovere a una creatività "socialmente organizzata". Per questo, lo spazio figurativo che Emilio Tadini rivisita non si propone come uno spazio, confortevole o separato, di credibilità, ma come campo di vigile e non chiusa attenzione.

VITTORIO FAGONE dal catalogo della mostra di Tadini alla galleria Quattro venti, Palermo 1972

Archivio e Casa Museo Spazio Tadini HUB
responsabili: Francesco Tadini e Melina Scalise


per contatti: milanoartexpo@gmail.com - francescotadini61@gmail.com
Spazio Tadini / Francesco Tadini indirizzo: via Jommelli 24, 20131, Milano
Telefono: +39.3662632523

venerdì 8 gennaio 2016

Tadini visto da Enrico Crispolti - Archivio Francesco Tadini

Francesco Tadini
Emilio Tadini 
Francesco Tadini - archivio opere e testi Emilio Tadini - Testi critici su Tadini. ENRICO CRISPOLTI dal catalogo della mostra allo Studio d'Arte Condotti, 1972. Malgrado l’autonomia e l’autosufficienza dei risultati, fra scrittore, e critico, e pittore, nell’attività di Tadini, c’è tuttavia un comune denominatore che si legge nella radice più intima di quel controllo continuo della ragione, non come astratta razionalità, bensì come metodo di sperimentazione di processi, che proprio infine in modi diversi ricorre in tutti gli aspetti d’espressione della sua personalità. 

Non che il Tadini pittore si spieghi con il Tadini scrittore, o con il Tadini critico. Ma certo che quando si parla, come è giusto fare, per la pittura di Tadini, di immagine come segno figurativo d’un discorso logico, d’una elaborazione d’ipotesi di pensiero, sarà utile ricordare che appunto Tadini è stato scrittore, come è stato critico, e molto acuto e personale (a lui è legata la stagione milanese dalla quale sono nati Romagnoni, Adami, e altrimenti Cavaliere). 

Tuttavia la pittura di Tadini non è certo letteraria (come si diceva, di quella di Savinio): infatti non discende da un discorso letterario, perchè il modo di avanzare ipotesi di relazioni di pensiero, che mi sembra essere per Tadini il solo modo di porsi nella realtà, è una condizione costante della sua personalità, starei per dire però a monte delle diverse determinazioni che di volta in volta ritiene necessario assumere. 

Queste determinazioni sono esattamente il modo di spingere l’ipotesi al massimo limite della sua capacità di promuovere conoscenza nuova della realtà. Così la sua necessità di essere pittore non nasce per Tadini appunto dalla volontà di tradurre in immagini figurali immagini letterarie, bensì dalla convinzione che solo il materializzarsi in figura renderà configurabili tali immagini, o meglio promuoverà l’ipotesi di conoscenza nuova che quelle immagini simboli di relazioni di pensiero riusciranno — ed esse soltanto, insurrogabili — a configurare. Così che la figurazione per Tadini è evidenza plastica conclusiva di un discorso logico, la cui analisi tuttavia, ripeto, soltanto in tale evidenza plastica può realizzarsi, altrimenti sfuggendo alla conoscenza. 

Così per Tadini l’immagine vale in quanto simbolo mentale; non è concettuale, bensì è figura caratterizzante un discorso mentale, la cui realtà ed efficienza è tuttavia appunto soltanto nella sua caratterizzazione simbolica in figura. Così Tadini non propone un narrativo nelle sue « scene >> nei suoi « in- terni »: essi non rappresentano se non il campo operativo delle « pedine » figurali d’un discorso mentale d’ipotesi su processi e relazioni che riguardano sì intimamente la realtà, ma non in senso ottico, bensì secondo una sorta di strutturalismo psichico e comportamentistico, non accettato tuttavia in leggi prefissate, quanto scandagliato in ipotesi d’analisi di processi, di virtuali strutture del reale. 

Si potrebbe forse parlare per la pittura di Tadini d’una sorta di metafisica logica, anziché onirica, d’illuministica chiarezza, anziché arcana ed epifanica. Non si creda tuttavia che Tadini intenda limitare e chiudere il gioco dei significati di questi simboli figurali messi in campo, e risolventi in figura, processi di natura mentale. In realtà il gioco d’ipotesi analitiche che il pensiero elabora, e in figura caratterizza, come solo modo d’essere attivamente nel reale, quel gioco dico include nei propri termini anche la molteplicità interpretativa del simbolo. Cioè le stesse figure che Tadini pone sulla tela, e che quei processi di pensiero figurano, sono poi interpretativamente « aperte », offrono un gioco d’ipotesi di significati molteplice e ampio: sono, se così si può dire, simboli aperti, non simboli chiusi e allegorici. 

In fondo il discorso figurale che Tadini conduce mi sembra essere un discorso di segni di diversi sistemi posti ipoteticamente a frizione in un processo sperimentale, ipotesi di interrogazione sulle strutture del reale (sociologico e ontologico): universo di segni. 


La Casa Museo Spazio Tadini di via Jommelli 24 a Milano è  sede dell'Archivio delle opere del grande artista scomparso nel 2002. Francesco Tadini e Melina Scalise organizzano nella location milanese mostre e eventi d'arte in memoria di Emilio Tadini.

mercoledì 6 gennaio 2016

Firenze - foto di Francesco Tadini


Firenze in un recente magnifico breve viaggio con Melina Scalise - Francesco Tadini propone fotografie e news anche dal centro culturale e Casa Museo Spazio Tadini, dalla pagina Instagram di Francesco Tadini, contenente anche selezioni del photocontest instaworldmilano2015 per una grande mostra fotografica a Milano che partirà dalla Casa Museo Spazio Tadini, associazione culturale in via Jommelli 24 fondata insieme a Melina Scalise via IFTTT

Ponte Vecchio Firenze - foto Francesco Tadini


Foto di viaggio a Firenze - Francesco Tadini propone anche fotografie e news dal centro culturale e Casa Museo Spazio Tadini, dalla pagina Instagram di Francesco Tadini, contenente anche selezioni del photocontest instaworldmilano2015 per una grande mostra fotografica a Milano che partirà dalla Casa Museo Spazio Tadini, associazione culturale in via Jommelli 24 fondata insieme a Melina Scalise via IFTTT

sabato 2 gennaio 2016

Scipione Gino Bonichi, Piazza Navona, dipinto a 26 anni dal grande pittore - documenti d'arte contemporanea

Piazza Navona
Scipione - Piazza Navona, 1930
Arte Contemporanea - Scipione Gino Bonichi, Piazza Navona. A 26 anni un grande pittore che morirà giovanissimo - a 29, di tubercolosi - dipinge un quadro la cui intensità ancora oggi può metterci i brividi. Scipione che frequentò con Mafai l'Accademia di Belle Arti a Roma fino al 1925 (vennero di fatto espulsi per "disaccordi" con il direttore) e che fu anche disegnatore e poeta...
Mario Mafai, il 19 novembre 1933, scrive In morte di Scipione per L’Italia Letteraria, ricordando quel clima romano di vagabondaggio...

"ll primo quadro di Scipione, esposto nel ’29, era un bue che soffìava sulla terra e un adolescente che guardava l’orizzonte nuvoloso e crepuscolare. Era già fuori della corrente pittura, annunziava un’intuizione poetica e cosmica dell’universo, che, accoppiata alla sua sensibilità pittorica, lo faceva inconfondibile anche da quei surrealisti che mettono tutto dalla parte della fantasia. La sua sensualità, la sua tattilità strana non gli ha permesso mai di rimanere esclusivamente in un freddo terreno di immagini. Scipione concepiva la pittura come un’emanazione diretta delle cose.

«Se si vuol dare un senso lirico alle cose, bisogna avere un’anima che ci risponda e sia pronta a vibrare» mi ha scritto nell'ultima sua lettera...

Vagabondava di notte nelle strade e nelle piazze di Roma con gli amici cui trasfondeva quella sua sovrabbondanza, li ubriacava, voleva aprir loro gli occhi alle immense ricchezze della vita che a lui doveva sfuggire. E in una di queste notti, capitato in botticella a Piazza Navona, ordinò al vetturino di girare e girare attorno a questa piazza otto, nove volte come in un’estasi. Il giorno dopo realizzava uno dei suoi migliori quadri: il paesaggio di Piazza Navona.

Ma la sua malattia era soltanto assopita e lo sorprese all'improvviso e nel suo momento migliore; quando credeva di averla già vinta."


Mario Mafai
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Scipione (Gino Bonichi)


È nato a Macerata nel 1904. Nel 1927, con Mario Mafai, Antonietta Raphäel e Marino Mazzacurati, dà inizio a quella che Roberto Longhi ha chiamato la Scuola romana di via Cavour. In questo primo periodo si collocano i suoi quadri ispirati a temi mitologici secondo le suggestioni metafisiche dei «Valori Plastici», corretti tuttavia rapidamente con un trasferimento del mito nella verità del quotidiano. Le suggestioni culturali risalenti alle opere del Greco, lo spingono ad un violento vitalismo mistico, che si traduce in visioni apocalittiche dipinte con accensioni e tenebre. Espone nel ’27 da Bragaglia e l’anno dopo a Palazzo Doria. Attraverso l’amicizia con l’amico E. Falqui collabora a «L’Italia Letteraria» nel ’29. In questo stesso anno passa alcuni mesi a Collepardo ed espone alla Mostra Sindacale del Lazio e alla Mostra di Arte marinara. Inoltre è presente alla Biennale di Venezia e, con Mafai, in una esposizione a Roma. Muore ad Arco (Trento) nel 1933. Due anni dopo, la Quadriennale gli dedica una retrospettiva.


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Francesco Tadini vi invita a condividere le attività della Casa Museo Spazio Tadini di via Jommelli 24 a Milano e a seguire e collaborare con il magazine / blog Arte Design Fashion Fotografia e Lifestyle Milano Arte Expo.



Lucio Fontana prima di Concetto Spaziale - Milano arte contemporanea documenti

Lucio Fontana
Signorina seduta, bronzo colorato, 1934, Milano
Lucio Fontana prima di Concetto Spaziale - Artista complicato e mutevole, cosi Edoardo Persico definisce nel 1936 Fontana. E parla dell'opera di Lucio Fontana "Signorina seduta" bronzo colorato del 1934. A dire che vale la pena di non considerare solo l'artista dei tagli...

Visto così, dall'esterno, Fontana può sembrare un artista complicatissimo e mutevole: la facilità di assoggettarsi a tutti gli stili, la capacità di convertirsi continuamente, possono sorprendere come di fronte ad un giocoliere. Eppure con quanta logica lo scultore perviene agli Amanti della «Casa del Sabato» alla V Triennale, e alla Bagnante della Villa Studio. De Fiori e Zadkin, Despiau e Laurens, impressionismo, cubismo, espressionismo, tutti questi pretesti di cultura accennano già a risolversi in una espressione viva, in istile.

Per Simmel il significato dell’espressionismo è «l’interna commozione dell’artista che si prosegue nell’opera, o, meglio ancora, come opera, del tutto immediatamente così quale viene vissuta». Questo è il punto di arrivo di Lucio Fontana: la vita nell’arte.

Le ultime opere dello scultore non sono, a questa stregua, né una bizzarria né un paradosso, ma un tentativo di estrema coerenza. L’autore crede che esse siano le sue cose migliori; se’condo noi costituiscono i documenti più sensazionali della sua acutezza critica, nello sforzo di ridurre, per così dire, il gusto europeo alla sua ragion pura. Ma Lucio Fontana è veramente altrove: nella Vittoria degli aviatori e, meglio, nella Signorina seduta.

La Signorina seduta, contemporanea al Pescatore che fu creato per strappare un grido di ammirazione alla giuria del «Tantardini», e contemporanea alle sculture in nero, in nero e rosso, in nero e bianco, è, per ora, il capolavoro di Fontana. Rappresenta il disfacimento del volume, la pretesa di risolvere scultura e pittura su di un piano lontanissimo da Rosso: tutte le esperienze di gusto dello scultore e tutte le sue ossessioni cromatiche sono adunate nella perfetta unità dell’opera, e in quella veste nera che è un accento indimenticabile.
Edoardo Persico

Lucio Fontana, Edizioni di Campo Grafico, Milano 1936.

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venerdì 1 gennaio 2016

Ristoranti greci a Milano: Akropolis, il migliore dalla Moussaka allo Tzatziki - parola di Francesco Tadini

ristorante greco Akropolis a Milano
Ristoranti greci a Milano: Akropolis, il top dalla Moussaka allo Tzatziki - via Accademia 56 via Accademia 56  (vedi MAPPA). Quale è il migliore ristorante greco di Milano? Fino a pochi giorni fa eravamo incerti. Ora ne abbiamo la certezza: è l'Akropolis. Leggete la recensione che abbiamo scritto io e Melina Scalise sul magazine di Spazio Tadini, Milano Arte Expo: ecco il link all'articolo

Oltre a quello che abbiamo già scritto ci sentiamo di complimentarci anche per l'accoglienza, che è stata eccellente. Vi si fa sentire ospiti in una trattoria a gestione familiare, di quelle alle quali è facile affezionarsi, anche se il livello del servizio e della cucina è da ristorante che potrebbe, in un prossimo futuro, ottenere la stella Michelin o essere citato nella francese La Liste. 

Il sottoscritto Francesco Tadini è un goloso di antipasti .... e vi giuro che potreste sfamarvi con tre di quelli - deliziosi e in grande varietà - che vengono proposti dal Menu del ristorante Akropolis. 

Quindi, se la domanda del ghiottone è "Dove mangiare greco a Milano", fidatevi: via Accademia all'angolo con la via privata Mario Bianco.  

... Magari, prima di mangiare, potreste fare un salto a vedere le mostre in galleria! Dove? Allo Spazio Tadini, naturalmente. Tra le prossime inaugurazioni: Welcome to the jungle, mostra a cura di - e ideata da - Annalisa D'Amelio - Artisti: Fabio Giampietroo, Enzo Fiore, Lorenzo Nardellii, Aqua Aura, Andrea Cereda, Shuhei Matsuyama, Lazzaro Fornoni. Dal 14 gennaio al 29 gennaio 2016. C'è anche un sito della mostra, che verrà arricchito di informazioni sugli artisti partecipanti e di immagini delle opere: ecco il LINK.

Annalisa D'Amelio, Federicapaola Capecchi (coreografa e socia onoraria di Spazio Tadini) Michela Ongaretti, Samanta Airoldi, Eleonora Prado, Francesca Ortu e Silvia Ceffa costituiscono ormai un gruppo di blogger che collabora frequentemente con Milano Arte Expo. La rivista / blog che prende in considerazione Arte Design Fashion Fotografia e Lifestyle.

Buon 2016 a tutti da Francesco Tadini e Melina Scalise.