domenica 18 settembre 2016

Storia della pittura in Italia di Giovanni Battista Cavalcaselle

Storia della pittura in Italia
Storia della pittura in Italia
Storia della pittura in Italia di Giovanni Battista Cavalcaselle. Opera di fondamentale importanza per la storiografia dell'ottocento, scritta da Cavalcaselle (1819-1897) in collaborazione con l'inglese Joseph Archer Crowe (1825-1896), al quale si deve però, più che altro, l'elaborazione della forma letteraria dell'imponente materiale di analisi di storia dell'arte raccolto dal critico italiano. Il primo volume dell'edizione originaria in lingua inglese della Storia della pittura è del 1864: l'edizione italiana, curata in parte dallo stesso Cavalcaselle e comprendente 11 volumi, fu pubblicata a Firenze dal 1875 al 1908. L'opera, frutto di lunghi anni di studio nelle gallerie d'arte, nei musei e nei monumenti italiani e stranieri, si inizia con la trattazione dell'arte cristiana primitiva, dal secondo secolo in poi. Seguono alcuni capitoli sulla pittura medievale fino a Giotto. Il quadro del Trecento italiano è disegnato con molta ampiezza, non venendo meno anche l'accurata considerazione delle scuole e delle tendenze artistiche provinciali. Uno spazio divulgativo ancora maggiore è dedicato ai pittori del '400 dell'Italia centrale. In primo luogo gli artisti fiorentini poi gli umbri, i senesi, i romagnoli, i marchigiani.

Da ultimo sono esaminati i maestri d'arte toscani del primo Cinquecento, come Andrea del Sarto e Fra Bartolomeo. Scopo principale dell'opera della Storia della pittura in Italia è quello di ricostruire le varie personalità artistiche, spesso alterate o rese con colpevoli e grandi lacune - nei dettagli e nella sostanza del racconto tramandato - dalla tradizione, nel loro genuino e peculiare aspetto, distinguendo le opere dei grandi maestri da quelle di bottega, dalle imitazioni e copie, e ristabilendo la giusta successione di stile di tempo.

Giovanni Battista Cavalcaselle
Giovanni Battista Cavalcaselle
Il mezzo diretto è lo studio e il confronto delle pitture originali, a cui si aggiunge la conoscenza - con anni di applicazione alle fonti originali e imprescindibili - dei documenti di archivio. Applicando questo metodo, sorto dalla ricerca filologica del secolo diciannovesimo e seguito poi da tutti i moderni e contemporanei conoscitori d'arte, Cavalcaselle giunge a fondamentali risultati grazie al senso acuto della qualità stilistica – solo offuscato a volte da pregiudizi classicistici e accademici – e all'eccezionale memoria visiva.

Inoltre la vastità delle conoscenze e la sicura visione dei rapporti tra artista e artista e dei caratteri distintivi delle varie scuole gli consentono di organizzare le ricerche parziali in una larga trama storica che trova la sua integrazione, per quanto riguarda le scuole lombarda, veneta, ferrarese, in un'altra classica opera, anch'essa scritta in collaborazione con Crowe: la Storia della pittura nell'Italia settentrionale (1871). L'opera del Cavalcaselle ha esercitato un'influenza enorme su tutta una generazione di studiosi d'arte. Nonostante le più recenti ricerche, la Storia della pittura in Italia conserva ancora un valore di grande attualità.

sabato 17 settembre 2016

Ulalume di Edgar Allan Poe - poesia

Edgar Allan Poe
pubblica Ulalume
nel 1847 con
. l'American Whig Review
Ulalume di Edgar Allan Poe - poesia. Pubblicata nel 1947, ambientata nei boschi stregati di Weir, nei pressi del tetro lago di Auber, Ulalume è una delle più belle poesie di Edgar Allan Poe. Il poeta cammina in una solitaria notte di ottobre sotto un cielo grigio e cinereo, in un viale adornato da cipressi titanici con Psiche, la sorella della sua anima. Hanno parlato lungamente, seriamente, tranquillamente senza ricordare quale notte dell'anno sia quella e quale sia realmente il luogo nel quale camminano.
All'avvicinarsi del mattino, sorge sul loro sentiero una luce liquida e nebulosa, dalla quale traspare la mezzaluna di Astarte: il poeta è invincibilmente attratto da quella luce che reputa venuta a consolare la sua tristezza e ad indicargli la via verso la dimentichevole pace del cielo.
Psiche lo supplica inutilmente, singhiozzando e trascinando le ali nella polvere, di non credere e cedere alla promessa menzognera e fuggire immediatamente. Tenace nella sua illusione, colmo di fede nella luce che gli appare raggiante di speranza e di bellezza, convince Psiche a seguirlo finché giunge a un sepolcro su cui sta scritto il nome di Ulalume. Di schianto e con angoscia riconosce, allora, la tomba della donna da lui amata e perduta: sepolta là in una notte d'ottobre analoga a quella che stanno vivendo. Riconosce - con disperazione - i cipressi, il lago oscuro e il bosco stregato di Weir.
Questa lirica, definita da un critico "lo sconvolgimento supremo del genio del Poe dal lato mistico",  è indubitabilmente una delle sue opere più mature e più belle per l'atmosfera che riesce a generare in chi legge di "angoscia cinerea", per il crescendo con cui dalla tristezza iniziale si arriva all'urlo della disperazione per placarsi, poi, dolorosamente, con la ripetizione di buona parte della prima strofa, nell'attonita malinconia di un dolore al quale non può giungere alcun conforto ne' consolazione.
L'elemento simbolico non è sovrapposto da Edgar Allan Poe in Ulalume volutamente, come nel Corvo. Il dolore personale si trasfigura in passione e una bellezza che, forse, possiamo definire "universale".
Ulalume è stata pubblicata nel dicembre del 1847 con l'American Whig Review.

Il grande poeta Thomas Stearns Eliot definì la poesia di Poe una delle sue poesie più riuscite e più tipiche.
Aldous Huxley, nel saggio La volgarità in letteratura  ha accusato Poe di essere stato, con Ulalume, "troppo poetico"ed abbondante ... al punto da paragonarlo a colui che indossi un anello di diamanti ad ogni dito della mano.
Per me, con tutta modestia, è un capolavoro imperdibile di Poe.

Gli ubriachi di Lorenzo Viani pittore, incisore e scrittore

Lorenzo Viani
Lorenzo Viani
Gli ubriachi di Lorenzo Viani pittore, incisore e scrittore. Parliamo di un'opera narrativa pubblicata a Milano nel 1923 di un artista a tutto tondo, che espose nel 1931 alla I Quadriennale di Roma, per seguire con esposizioni alla Biennale di Venezia e in importanti gallerie d'arte, anche presentato da Margherita Sarfatti. Artista che, per così dire, ha messo al centro dell sua produzione il mondo degli emarginati e degli oppressi. Gli ubriachi, in un volume "illustrato" dalla xilografie dello stesso Viani, presenta un mondo pieno di vita, dopo le prove e gli sfoghi di natura quasi autobiografica del Ceccardo (dell'anno precedente). E' un mondo pieno di derelitti, di povera gente, di uomini schietti e abituati a dire pane al pane, sui quali una certa letteratura di maniera aveva, per così dire, ricamato e prosperato.
Lorenzo Viani, che di lotte sociali e liti e baruffe si intendeva non meno che di pennelli e tavolozza, o della vita da marinaio, spazzò ogni maniera di genere. Eccolo attorniato dai sui figuri, tra durezze e villanie d'ogni grado, tra ragionamenti beceri  e cuori grondanti generosità. Viani scrive per fare un processo alla vita con piglio da giustiziere. L'arte, però, da forma alle sue rabbie e asprezze, agli abbozzi violenti, facendone creazioni.... talora informi per voler "infarcire" e dire troppe cose, ma sempre di grande e genuina potenza espressiva.
Si vedano certi ritratti veramente a sgorbia, duri, urlanti: "Nocciolo", "Peritucco", "Beppe il Pelato"... sono pagine colme di un sapore del tutto insolito, la cui architettura trova fondamenta su un'amarezza che non cerca palliativi nella pittura del reale. ... Come il "Maso a Pesetto prende un cieco a nolo", dove un brutto ceffo, falso invalido, specula sulla pietà e le elemosine col portarsi dietro il povero cieco. E, per giunta, lo maltratta.
Gli ubriachi mostra i segni di una visione del mondo acre ma giusta del "male" presente e consustanziale alla vita. Come certi disegni di mendicanti di Lorenzo Viani, il libro è un atto d'accusa alla società e, contemporaneamente, un grande atto d'amore per gli infelici.

Tre uomini in barca di Jerome Klapka Jerome, (per non parlar del cane)

Tre uomini in barca
Tre uomini in barca,
(per non parlar del cane)
di Jerome Klapka Jerome
Tre uomini in barca di Jerome Klapka Jerome. Uno dei più grandi romanzi satirici (è del 1889) di tutti i tempi - titolo completo originale è Three Men in a Boat (To Say Nothing of the Dog) - dell'umorista inglese  Jerome K. Jerome. L'argomento è un'escursione in barca sul Tamigi. Tre amici, Enrico, Giorgio e l'autore, accompagnato dal suo fox-terrier, decidono, dopo aver riscontrato di aver tutti assoluto bisogno di riposo, di trascorrere un paio di settimane di vita sana e primitiva remando, mangiando cibi sani - che un tempo chiamavamo frugali - e dormendo sotto un copertone. Attraversano, nel corso del viaggio, sordide zone industriali, luoghi pittoreschi e cittadine rese celeberrime da accadimenti storici.

Finalmente giungono a Oxford e, di qui, iniziano il viaggio di ritorno: ma questa volta senza alcuna fatica grazie alla corrente che li trascina. Ma dopo due giorni di pioggia insistente i tre abbandonano la barca e tornano a Londra in treno. Sono felici di rientrare dopo tanta frugalità e tanti disagi, alla vita civile.

Il segreto dell'arte di Jerome Klapka Jerome non risiede nell'argomento, ma negli avvenimenti imprevisti e negli aneddoti con cui interrompe di continuo il filo conduttore della narrazione, portando con grande abilità il lettore lontano dall'argomento principale, senza che egli, quasi, se ne accorga.

Sono rimaste "storiche" alcune scenette, come quella dello zio Podger che vuole appendere un quadro, o la storia di due puzzolenti formaggi che all'autore toccò trasportare in treno per conto di un amico, o le avventure dell'amico Enrico sperduto nel labirinto di Hampton. O, ancora, la rappresentazione della laboriosa chiusura delle valige o della tentata apertura di una diabolica scatola di ananas.
L'umorista fa scaturire la comicità da osservazioni tratte dalla vita quotidiana, rivelandoci gli inattesi, comici aspetti: Jerome innesta nel classico umorismo inglese alla Dickens le esperienze di una epoca più moderna nel corso della quale i "valori" si stanno già sovvertendo e - in questo - anticipa certe espressioni (anche verbali) impiegate largamente dalla sceneggiatura cinematografica e dalla letteratura umoristica del dopoguerra. Jerome K. Jerome supera quel fondo di amarezza degli umoristi coevi, di fine Ottocento, e ride - e induce a ridere - accettando il mondo com'è e come sta cambiando. Riesce a metterne in rilievo le assurdità di certi aspetti assolutamente comuni - e proprio per questo più "inosservati".

Tre uomini in barca (per non parlar del cane) è da rileggere, da consigliare e straconsigliare anche alle generazioni "digitali". Imperdibile!

Gabrina, nell'Orlando furioso di Ludovico Ariosto - i personaggi femminili del poema

Gabrina
Gabrina - Orlando Furioso, Ariosto
Gabrina, nell'Orlando furioso di Ludovico Ariosto - i personaggi femminili del poema cavalleresco. Brutta e malvagia la vecchia Gabrina e l'antitesi di quell'ideale di gentilezza, incarnato entro belle forme giovanili, che è una delle Muse della poesia di Ariosto.
Orlando Furioso
Orlando Furioso,
edizione del 1536
Orlando la trova nella caverna dei ladroni, custode maligna della bella e pura Isabella: dopo la strage dei ladroni, Gabrina fugge e ottiene la protezione di Marfisa, la quale prima la vendica delle risate dell'amante di Pinabello abbattendo il guerriero rivestendo lei vecchia e larga delle eleganti vesti della donna, e poi delle beffe di Zerbino provocando lui pure a duello, vincendolo e imponendogli di farsi cavaliere della vecchia. Zerbino si tiene fedele alla parola data, nonostante Gabrina lo tormenti dandogli notizie menzognere sulla sua Isabella, e la difende anche contro un ignoto cavaliere, Ermonide, il quale avrebbe voluto impadronirsene per punirla dei suoi diritti.

Ermonide ferito rivela la truce storia della donna colpevole della morte di due mariti, una storia di lussuria e di malvagità, da cui esce una figura fosca e paurosa come nessun'altra di Ariosto. Nemmeno ora Zerbino può disfarsi di Gabrina; ed essa compie la serie dei suoi tradimenti accusandolo falsamente di essere l'uccisore di Pinabello trovato morto in mezzo alla strada. Zerbino è salvato dalla morte da Orlando: e Gabrina, fuggitiva ancora una volta, capita nelle sue mani ed è da lui consegnata a un altro traditore, Odorico, come penitenza per entrambi. Ma Odorico non mantiene fede alla promessa e si libera della donna a lui affidata impiccandola. Così sino alla fine il poeta si accanisce con una singolare insistenza contro questa sua creatura, che nel poema sembra necessaria per far meglio spiccare la genuina nobiltà dei suoi personaggi preferiti e particolarmente di Isabella e di Zerbino, le due vittime di Gabrina e la coppia più gentile e cara dell'Orlando furioso.

Giona nell'Antico Testamento e nelle comunità cristiane primitive

Giona
Giona in un affresco nelle Catacombe
dei Santi Marcellino e Pietro, Roma
Giona: il Profeta nell'Antico Testamento e nelle comunità cristiane primitive. Personaggio biblico, Giona è protagonista della breve libro dell'Antico Testamento che porta il suo nome. È una storia meravigliosa quella del Profeta che, come tutti sanno, visse tre giorni nel ventre di un pesce (la Bibbia, non dice che fosse una balena!) Il cui significato è ricco di grandi insegnamenti. Si doveva raccontarla, questa storia, circa nel secolo VIII avanti la nostra era, nei ceti popolari d'Israele, dando ad essa il significato di una promessa: Dio che aveva strappato Giona alle viscere del mostro non avrebbe protetto anche il suo popolo, non l'avrebbe pure strappato al mostro assiro. A inghiottirlo?

Giona
Giona nella Cappella Sistina,
dipinto da Michelangelo
Ma se ne può trarre anche un altro insegnamento. "Alzati, aveva comandato il signore, va a Ninive (tra le più note città antiche, posta sulla riva sinistra del Tigri, a Nord della Mesopotamia), la grande città, e predica contro di essa! Avvertila di cambiare costumi, altrimenti io distruggerò!".
A parte il fatto che l'impresa era tanto piacevole quanto andare a offrire uno zuccherino a dei leoni, l'ordine di Jeova indicava segretamente il Profeta: come? Andare a rivelare la verità soprannaturale a quel popolo sanguinario e sterminatore!. Per questa disobbedienza Giona fu punito. Così Dio volle insegnare l'universalità della sua parola e che a tutti gli uomini è offerta la salvezza. Giona, obbedendo infine al comando di Dio e recandosi, nonostante tutto, dagli odiati Niniviti per portar loro una parola di misericordia, non è perciò, in anticipo, un testimone di Cristo, il messaggero del "perdona al tuo nemico"?
Questo Giona uscito dal ventre del pesce il terzo giorno, non è, più chiaramente ancora, l'annuncio di colui che, pure il terzo giorno, sfuggirà al mostro del sepolcro, nella luce della Resurrezione? "Come infatti Giona rimase tre giorni e tre notti nel ventre del pesce, così il Figlio dell'uomo resterà tre giorni e tre notti nel cuore della terra." ( Nuovo Testamento - Matteo XII,40)
 E il "segno di Giona", citato profeticamente da Cristo (Matteo, XIII,39; Luca, XI,29) farà celebre questo personaggio nelle comunità cristiane primitive: nelle catacombe, sui sarcofaghi delle prime generazioni, si vedrà molto spesso un mostro, una specie di fantastico serpente di mare, dalla cui bocca esce fuori un piccolo uomo nero, che è l'uomo di Dio.

venerdì 16 settembre 2016

Aronne, Mosè e il vitello d'oro

Aronne
Aronne, Mosè e il vitello d'oro. Fratello e compagno di Mosé nella liberazione nel governo del popolo ebreo e primo sommo sacerdote del Vecchio Patto (vedi Esodo e Numeri, I-XX). Ricco di qualità appariscenti – presenza solenne, parola forbita, efficace eloquenza – Aronne era l'uomo ideale per il compito quasi puramente rappresentativo riservatogli a fianco del vero capo: ma a queste doti univa anche autentiche virtù – come uno schietto riconoscimento dei suoi limiti e un arrendevole docilità - che ne facevano un compagno davvero prezioso per il grande condottiero da lui coadiuvato con inesausta e fervida fedeltà, rafforzata anche dalla consuetudine del comune lottare e soffrire.

vitello d'oro
L'adorazione del vitello d'oro
di Nicolas Poussin
Tuttavia tanta vicinanza rattrappisce nel contrasto con la sua figura di buon mediocre in proporzioni così modeste che talora rischiano di sfiorare il grottesco. Questa è spesso la sorte dei piccoli sui quali si ferma la compiacenza dei grandi: che si sentono riposare sulla loro semplice intimità e perciò li cercano e li amano con l'abbandono persino nelle loro debolezze e i loro errori che sopportano con inconsueta clemenza; mentre, naturalmente, non sempre riesce i piccoli di fondere perfettamente l'ammirazione e l'amore per chi li fa così inopinatamente oggetto delle proprie predilezioni, e soprattutto ben difficilmente riescono a mantenersi a un livello, per le loro stature, troppo innaturale.

Così Aronne conobbe dei fugaci momenti di superficiale infedeltà verso il suo grande collega e amico, come quando si unì alle critiche di sua sorella Maria contro di lui; ma soprattutto rivelò la sua congenita debolezza quando, impaurito dalla sollevazione del popolo che credeva Mosè consumato dal fuoco di Dio sul Sinai, acconsentì a fondere il vitello d'oro e a divenire il goffo ierofante aggravando, anzi, con il suo zelo dissennato la secessione religiosa di Israele. Era una colpa gravissima, eppure non si legge che egli ricevesse un sol rimprovero da Mosè. La sua presenza della resto giovava incontestabilmente a salvare questi dalle accuse di tiranno che più facilmente avrebbero potuto bersagliarlo se fosse stato solo al governo del suo popolo; e la sua perdita, alla vigilia di iniziare la conquista della Terra Promessa, fu assai più, per il liberatore di Israele, della perdita d'un prezioso anche se umile collaboratore: fu la perdita di un autentico fratello spirituale.

Mare e Sardegna di David Herbert Lawrence - libri di viaggio

mare e Sardegna
Mare e Sardegna, David Herbert Lawrence
Libri di viaggioMare e Sardegna di David Herbert Lawrence. Titolo originale Sea and Sardinia. Pagine di viaggio dello scrittore inglese David Herbert Lawrence (1885-1930), pubblicate nel 1921. Ci appare qui la rude terra di Sardegna, non barbara ma indomita sotto l'impronta che l'uomo le ha dato. Anche i sardi sono chiusi, pensosi, con una vaga malinconia in fondo allo sguardo: forse perché il vincolo della società li stringe in quelle piccole comunità che sono i loro paesi, forse perché sentono il peso della propria comune solitudine. Come quegli uomini che Lawrence ci descrive in una trasandata osteria di Sorgino, un piccolo assembramento di miserabili case, appollaiato nel gelo degli alti monti.

Tra questa gente della Sardegna la figura più interessante è quella di un girovago, un giovane intelligente, che nasconde sotto la sua spavalda familiarità un certo senso di vergogna, sentendosi vagamente miserabile e bastardo, separato come è e tenuto a distanza dagli altri che hanno una vita più ordinata. Pittoresco è l'effetto delle maschere per le vie di Nuoro: serpeggiano in quella marea di personaggi camuffati un senso di allegria di uno spirito caricaturale spontaneo e vivace che danno piacere a chi guarda, così lontani dal gusto spettrale del tradizionale carnevale veneziano.

E magnifica di colore è la descrizione della processione, che si snoda lungo la strada rivelando la ricchezza e l'armonia dei costumi. In tutta l'opera Lawrence spiega così una vitalità descrittiva incomparabile, dandoci l'impressione di penetrare nel cuore dell'argomento, di rinnovare in certo modo il senso delle genti e dei paesi, in cui egli si compiace di vedere le viventi prove di quel programma di primordiale naturalismo tanto caro alla sua intelligenza.

martedì 13 settembre 2016

Bernadette Soubirous di Franz Werfel, da Lourdes al romanzo

Bernadette
Bernadette
Bernadette Soubirous di Franz Werfel,  da Lourdes al romanzo. La Nostra è la protagonista del romanzo Il canto di Bernadette di F. Werfel (1890 – 1945). Esso si ispira alla figura di Bernadette Soubirous (1844 – 1879), la pastorella di Lourdes a cui la Vergine, sotto l'aspetto di una signora bellissima, apparve ripetutamente nella grotta di Massabielle. Questo personaggio di Franz Werfel attesta un'acuta intuizione dell'elemento affine che ricollega il mondo religioso a quello artistico. In più punti dell'opera ci sono precisi richiami a questa vaga analogia.

Bernadette Soubirous
Bernadette Soubirous,
grotta di Massabielle,
foto del 1863
Con cauto linguaggio che evita un deciso atteggiamento razionalistico Franz Werfel osserva una volta: "alla piccola Bernadette è riuscito ciò che riesce soltanto ai più grandi poeti: quello che i suoi occhi vedono per grazia del cielo, circola fra la gente del suo popolo come una realtà". Ecco una considerazione che spiega il rapporto tra il fatto religioso e la creazione artistica. L'autore insiste sempre sulla immaginazione estremamente vivace di Bernadette, sulla sua innocenza del tutto candida, sul suo stupore di qualità estatica. La mente della fanciulla è chiusa alle speculazioni astratte. Quando suor Marie-Thérèse Vauzous la interroga sulla Santissima Trinità, Bernadette, che è la maggiore ma la più immatura della classe, non sa che cosa rispondere. La parola presepio, però, esalta subito la sua fantasia che evoca l'immagini nitide e pittoresche.

La prodigiosa forza spirituale di Bernadette dipende dalla perfetta fusione di una immaginazione fervida con una fede vigorosa. L'agente delle imposte, Estrade, "non riesce a comprendere la strana potenza con la quale questa ottusa figlia dei Pirenei con ogni suo sguardo, ogni suo passo, ogni suo gesto, dà vita e realtà a ciò che non esiste". Il segreto di tale potenza e la intensità della sua vita interiore. La realtà si identifica per lei in un impulso d'amore verso la misteriosa e bellissima Nostra Signora di Lourdes. Bernadette non indaga mai chi sia, né si domanda dei perché: lei vive, ama, gode. La fiamma la trasfigura anche fisicamente. La madre, dapprima incredula e sordamente irritata contro la figlia che le procura, col suo estatico contegno, molte noie, osservandola durante un'apparizione, esclama: "quella non è lei… Quella non è Bernadette… Non riconosco più la mia bambina…"
Gli incontri con la Signora mutano poco a poco il suo aspetto esteriore. Indifferente a tutto, lei è sensibilissima e risoluta nell'ambito del suo mondo: di fronte alla Bellissima, la sua indomita volontà si esplica, si intende, unicamente sotto il rapporto che intercorre tra la più eccelsa imperatrice e la più umile ancella.
Bernadette trapassa dall'estasi al languore, al deliquio. Un accenno di benevolenza da parte della Signora la esalta, il sospetto della sua disapprovazione da abbattere: la vicenda di questi sentimenti non altera solo l'anima, ma anche il corpo, tanto grande è la tensione di Bernadette. Essa agisce come guidata da voci interiori, i suoi gesti acquistano una solennità rituale, anche negli atti più comuni: un segno di croce, la recita della preghiera, un inchino.

A volte Bernadette e si trasferisce (in modo inconsapevole) in quella fase primordiale - per così dire mitica - in cui il culto spontaneamente nasce, come quando è la bacia la terra per esprimere la soddisfazione di aver capito la Signora. "Era un cerimoniale che avvicinava spiritualmente al divino con tale potenza che al suo confronto una solenne messa cantata diventava una vuota pomposità".
Sgombra d'ogni superbia e vanità, la sua mente va diritta al segno. "La sua logica, poggiata sulla potenza persuasiva dell'amore" confuta i dotti, laici e religiosi. L'alone mistico che avvolge la sua umiltà diffonde la luce della grazia e crea l'aura del miracolo. Pur turbato, di quando in quando, da incubi terribili e fantasmi diabolici, il suo spirito si eleva in ultimo alla pura letizia, trionfa a poco a poco sullo scandalo, sull'irrisione, sull'odio, sulla miscredenza, e la sua gloria sale man mano dal tugurio paterno alla grotta di Lourdes, al convento di Sainte-Gildarde, per sfolgorare nella solenne cerimonia della santificazione in San Pietro.

Franz Werfel segue con mirabile perspicacia intuitiva i vari atteggiamenti psichici del personaggio Bernadette che resta sempre sospeso in una zona di confine fra la fiaba poetica e la leggenda sacra, conservando però i tratti di una creatura storica.
La verità artistica della figura dipende da un sapiente equilibrio di elementi eterogenei, proiettati sopra uno sfondo remoto tanto dalla introspezione psicanalitica quanto dall'oratoria edificativa.

John Barleycorn di Jack London - riassunto del romanzo autobiografico

John Barleycorn
John Barleycorn, 1913,
copertina della
prima edizione
John Barleycorn di Jack London - riassunto. Romanzo autobiografico americano di Jack London (John Griffith) (1876-1916), pubblicato nel 1913. L’autore narra la storia dei suoi rapporti con John Barleycorn – Giovanni Chicco di Grano – nomignolo con cui si personificano in inglese le bevande alcoliche e, specialmente, il whisky. Racconta come bevesse le prime volte non per desiderio o per gusto – perché, anzi, l’alcool gli ripugnava – ma per curiosità, dapprima, poi per spirito di socievolezza, perché amava il conforto che viene dall'osteria, perché “ovunque la vita batteva un ritmo più largo e possente gli uomini bevevano”, e perché “romanzo e avventura sembravano andar sempre a braccetto con John Barleycorn”.

Molti sono i tiri che il whisky gli gioca: una volta, dopo tre giorni di ubriachezza, tenta di suicidarsi annegandosi e si salva soltanto per la sua eccezionale vigoria fisica; un’altra volta è spinto a una rissa in cui per poco non lascia la vita. Ma solo quando, dopo un’indigestione di lavoro materiale, decide di sfruttare il proprio cervello e si mette a scrivere, sente veramente il desiderio dell’alcool. Desiderio dal quale non riesce a liberarsi nemmeno imbarcandosi per una lunga crociera, nemmeno ritirandosi poi a vivere nella pace della sua fattoria: per troppi anni è stato in contatto con John Barleycorn per poter fare a meno di lui.

Mentre prima beveva per stordirsi, ora beve per sentirsi meglio, ma, a un certo punto, invece della solita energia fittizia, l'alcool gli da la “logica inesorabile, adamantina messaggera della verità al di là del vero”, l’antitesi della vita, tutta soffusa di cosmica tristezza.

Un miracolo lo salva dal suicidio, logico risultato di un simile stato d'animo; ed egli conclude sostenendo che, su centomila uomini, non uno è alcolizzato nato e che l'abitudine di bere non è un bisogno fisico, ma un'abitudine del cervello, puramente intellettuale. Forse verrà un'epoca in cui gli uomini relegheranno nel passato, insieme con i roghi delle streghe, le intolleranze e i feticci, anche, e non ultima tra queste barbarie John Barleycorn.

Il libro è qualcosa di mezzo tra un romanzo a tesi e una confessione autobiografica, attraverso cui ci è dato di seguire l'autore nelle tappe della sua vita avventurosa, resa tragicamente patetica dalla mancanza di una vera, profonda coscienza morale e artistica.

domenica 11 settembre 2016

Pocahontas, chi è la protagonista del film Disney

Pocahontas
Pocahontas salva la vita a Smith
 disegno del XIX secolo
Pocahontas, chi è la protagonista del film Disney? Personaggio storico (1595-1617), che fu figlia del capo indoamericano Powhatan  - noto anche come Wahunsunacock - che governava un territorio che "inglobava" quasi tutte le tribù vicine alla regione del Tidewater dell'attuale Stato della Virginia. Grazie alla storia probabilmente apocrifa del capitano John Smith nella sua Storia generale della Virginia (del 1624), Pocahontas è diventata una delle figure più popolari della mitologia americana. Nella storia di John Smith, la bella fanciulla indiana salva la vita a Smith, capo dei colonizzatori di Jamestown, gettandosi sopra di lui proprio quando la scure del boia sta per abbassarsi, e persuadendo con il suo intervento il padre Powhatan a sospendere l'esecuzione.

Pocahontas
Pocahontas,
il monumento
a  Jamestown - 1922
Più tardi il personaggio reale sposò un altro dei colonizzatori bianchi, John Rolfe, e nel 1616 lo accompagnò in Inghilterra. La Pocahontas della mitologia divenne l'eroina di numerosi drammi del teatro americano; un "genere" iniziato dalla Pocahontas (1808) di James N. Barker che culminò nel 1855 in una farsa, "Pocahontas o la selvaggia gentile" di John Brougham. Ma l'eroina non è scomparsa dei libri di testo e di lettura per bambini. La sua importanza di personaggio consiste semplicemente nella sua importanza di convenzione letteraria: immagine che fluttua vaga nella mente.

Lei è il prototipo di tutte le successive ragazze indiane nella fantasia letteraria e dei film le quali amano uomini bianchi o ne sono amate – belle, gentili, timide ma capaci di sacrificio eroico; che uniscono l'intatto fascino della selvaggia con la carità di un'ipotetica cristiana. Ma il personaggio di Pocahontas vale meno della posizione morale e fisica, definita dalle primitive incisioni in legno, in cui la disposizione creativa americana preserva la sua immagine: la posizione dell'intervento con il sacrificio di sé.

Come gli atteggiamenti morali e fisici assunti per la mentalità europea, persino nel 20º secolo, dai personaggi del romanzo cavalleresco, così l'atteggiamento di Pocahontas che si slancia tra il boia e la vittima rientra, per gli americani, in un vasto repertorio di "modelli classici" a cui automaticamente ricorrono sia il corpo sia lo spirito ogniqualvolta essi "non sappiano che pesci pigliare"..

Infine, Pocahontas è stata la principessa protagonista del grandioso film d'animazione del 1995: il trentatreesimo classico Disney, la cui produzione - in parte - è stata realizzata in concomitanza con la produzione del film Il re leone. Nel 2005, per festeggiare il decimo anniversario dall'uscita del lungometraggio, la Disney ne distribuì anche un'edizione home video. Il 24 novembre 1995 Pocahontas uscì nei cinema italiani ed ebbe un successo mondiale rilevante. Il film d'animazione ottenne anche numerosi riconoscimenti e premi. Nel 1996 ricevette il Premio Oscar per la Miglior colonna sonora - ad Alan Menken e Stephen Schwartz - e per la Miglior canzone "Colors Of The Wind" a Alan Menken e Stephen Schwartz.

venerdì 9 settembre 2016

Il grande Gatsby di Francis Scott Fitzgerald, riassunto

Il grande Gatsby
Il grande Gatsby
Il grande Gatsby di Francis Scott Fitzgerald, riassunto e analisi. Il romanzo è del 1925, dello scrittore americano F. Scott Fitzgerald (1896-1940): uno dei più letti e intergenerazionali romanzi del Novecento. Una generazione di americani vide in lui l'immagine del suo convulso malessere. La generazione nata da quella, restia a riconoscere come sua legittima origine un'entità morale così inquietante, ha cercato di seppellirlo nella finalità del passato storico. Ma Gatsby definisce ben più importanti lineamenti di un paesaggio morale americano, i cui contorni sono ora meno chiari soltanto perché soffocati dalla vegetazione.

A 32 anni Jay Gatsby un misterioso ed elegante millenario con una casa favolosa vicino a New York. A 17 anni è James Gatz figlio di un povero contadino senza risorse del medio Occidente. L'immaginazione del ragazzo si finge un "universo di ineffabile splendore" in cui "Jay Gatsby" a figura di fascinoso eroe. Egli insegue il suo sogno spostandosi a oriente; si attacca a un milionario; si innamora di una ricca ragazza del sud, Daisy "la figlia del re, la ragazza d'oro… Sicura orgogliosa di sopra le brucianti lotte dei poveri"; si fa una fortuna come trafficante clandestino; deve cedere Daisy a un altro; cerca di riconquistarla; per la costante fedeltà a un vacuo sogno e a un'illusione sentimentale, innocentemente manda in frantumi l'illusione, il sogno e la sua vita.

In senso non soltanto geografico Gatsby viene dall'ovest: egli è un discendente spirituale del Natty Bumppo del Cooper, che, vagheggiando "l'ultimo e il più grande di tutti i sogni umani", si era rifugiato a Occidente di fronte alla violazione della verde terra vergine, e nella ritirata aveva portato con sé l'immagine sacra di un mondo nuovo in cui l'uomo fosse "per l'ultima volta nella storia a faccia a faccia con qualche cosa che corrispondesse alla sua capacità di meraviglia".

Attraversato il continente, raggiunta la costa del Pacifico, l'immagine affonda nello stagno della mente comune, dove diventa fantasia di recuperare ciò che è stato irrevocabilmente perduto; Il grande Gatsby va verso l'oriente, portando con sé nel ritorno una capacità di meraviglia che non ha niente di cui nutrirsi, fuorché gli orpelli che il denaro di un contrabbandiere può comprare.

Sotto la partita corrotta che egli deve giocare per attuare il suo sogno, l'innocenza del sogno rimane incorruttibile. Lo "straordinario dono della speranza" - che gli dona Francis Scott Fitzgerald - la sua "prontezza immaginativa" tra i personaggi del libro salvano lui solo dall'orrore e dal disgusto del narratore occidentale: "c'era in lui qualche cosa sbalorditiva, raffinata sensibilità alle promesse della vita".

Ma il sogno di Gatsby riflette, sulla sua immacolata, luccicante, concava superficie, le grottesche concave superfici del mondo che lo circonda; la sua solitudine nella società americana rispecchia l'isolamento morale degli "spostati" che la costituiscono. Nel suo grande fantastico palazzo, eretto in uno dei suburbi dei nuovi ricchi come una tenda di circo ambulante, e separato dalla città da "una valle di ceneri", egli dà grandi fantastici ricevimenti, a cui interviene, non invitata, la caotica folla della città: individui di ogni nome e di ogni stato sociale che hanno in comune soltanto la dissociazione morale di animali che non sanno che animali siano dei movimenti appartengano ai loro corpi, né in che giungla vivano.

Sul prato di Gatsby i loro visi, le loro voci avvinazzata, le loro figure barcollanti sotto l'hanno con le luci artificiali in un carnevale fantasmagorico in cui tutti i secoli e i paesi e i costumi e le maschere si mescolano per una notte. Ma il carnevale non dura una notte; non è l'orgiastico sfogo rituale dopo la formale coerenza dell'anno – non è un Martedì Grasso, nei una Notte di Valpurga – ma è la vita stessa di quell'anno e del successivo.

La figura misteriosa de Il grande Gatsby ispira loro bizzarri fantastici pensieri, che sono la disperata speranza che qualcuno, che qualcosa, in un universo dove sconnessi relitti di naufragio giacciono sparsi su una nuda spianata, abbia significato, consistenza, coerenza: abbia radici in qualche passato storico e morale: sia "reale”. Ma Gatsby di Francis Scott Fitzgerald è la figura della mascherata di un ragazzo, la sua casa un "enorme incoerente fallimento". E quando, già fatto a pezzi dal crollo del suo sogno, l'eroe è ucciso da uno sparo, la nota casa ingannatrice – casa di Gatsby e Casa del sogno americano di James Gatz – diventa una tomba su cui immacolati scalini bianchi un ragazzo ha scribacchiato una parola oscena.

domenica 4 settembre 2016

Ponzio Pilato, la vittima più famosa della politica?

Ponzio Pilato riceve Gesù,
da un dipinto di Duccio di Buoninsegna
Ponzio Pilato, la vittima più famosa della politica? Pilato, procuratore della Giudea (26-36 d.C.) al tempo del processo e della morte di Gesù è indiscutibilmente il magistrato romano più famoso. Cavaliere romano, di origine probabilmente sannitica ebbe in sorte il governo di una provincia – anche allora – difficilissima. I suoi sudditi non fecero praticamente niente per agevolargli il compito, ed egli, da parte sua, approfittò di tutte le occasioni per manifestare, anche in modo brutale, il suo disprezzo per i Giudei. Coinvolto suo malgrado nel processo di Gesù, i suoi interventi e la sua sentenza sono giudicati nei modi più vari. Certo, le pagine evangeliche che riferiscono i suoi colloqui con la folla urlante, con i Sinedriti astuti e tenaci, con Gesù, che dopo aver taciuto dinanzi a Erode si adatta volentieri a rispondere alle domande di Ponzio Pilato, rendono plasticamente il progressivo e rapido precipitare di una situazione che lo stesso Pilato pensava di tenere in pugno.

Egli è convintissimo dell'innocenza di Gesù; sa che i Sinedriti lo hanno  consegnato a lui per gelosia; egli è arbitro della sorte dell'accusato ma vede con dispetto stringersi intorno a lui la rete dei capi di Israele che gli impediranno di pronunciare una sentenza di assoluzione. Generalmente si è molto severi con Pilato, con il suo arrivismo. Lo si accusa di aver avvilito e tradito la giustizia di Roma, di aver gettato il fango sulla nobile figura del magistrato romano, cedendo alle intimazioni di una folla aizzata.
Il dovere di Pilato sarebbe stato di resistere a ogni costo e imporre il suo giudizio favorevole a Gesù. Non lo fece  perché temeva di compromettere la sua carriera dopo che i Giudei gli gridarono "di non essere amico di Cesare" perché difendeva Gesù che essi gli avevano presentato come un sobillatore.
Il Pascoli diede corpo all'"ombra di colui – che fece per viltade il gran rifiuto" identificandola con Pilato. Qualcun altro ha tentato un'apologia di Pilato distinguendo la sua posizione giuridica di "praetor" dalla posizione politica di governatore di provincia. La sua qualità giuridica ne esce piuttosto male in quanto il processo di Gesù mancò di un elemento giudiziario importante: l'escussione dei testi, ma forse Ponzio Pilato, dopo aver ascoltato Gesù, giudicò che non c'era luogo a procedere e quindi era inutile esaminare le testimonianze.

In realtà, Ponzio Pilato fu vittima della sua funzione politica, in quanto, come governatore di un paese soggetto del quale l'autorità centrale rispettava la fede e gli ordinamenti religiosi, era tenuto a dare il massimo peso al giudizio del Sinedrio, tribunale specializzato e riconosciuto. Finché hanno accusato Gesù di pretesi crimini che ledevano la maestà dell'Imperatore, Pilato ha facilmente sventato il piano dei Sinedriti, ma quando l'hanno messo di fronte a un'accusa squisitamente religiosa affermando che Gesù, dicendosi figlio di Dio, aveva gravemente violato la legge ebraica, Pilato deve dichiarare la sua incompetenza e accettare il giudizio del Sinedrio ordinando, in virtù dei suoi propri poteri esclusivi, la esecuzione capitale.

Il gesto che egli compì lavandosi le mani stava appunto a significare che la responsabilità della condanna non ricadeva su Roma, ma su Israele che aveva pronunciato un giudizio assolutamente "tecnico". L'accusa a Ponzio Pilato di non essere "amico di Cesare" poteva appunto significare che, non rispettando la decisione del sinedrio, Pilato violava la norma fondamentale dell'autorità centrale romana di rispettare la legge religiosa dei popoli soggetti. Certo, un Pilato che odia gli ebrei e che difende con ogni mezzo Gesù, il quale ai suoi occhi era in fondo uno della razza disprezzata; lo scettico – "ma che cos'è la verità?" – che si ostina a difendere un agitatore religioso, lascia molto pensare.
L'irritazione e il rancore con il quale Pilato risponde alla richiesta del sinedrio di modificare il cartiglio della condanna – "quel che ho scritto, ho scritto" – e la sgarbata risposta alla richiesta di porre le guardie al sepolcro dicono abbastanza fino a che punto Ponzio Pilato è certo di essere stato giocato dagli ebrei. La leggenda si è impadronita di Pilato e ha ricamato sulla sua fine, che si perde nell'ombra da quando Tiberio lo chiamò a Roma per render conto di una ennesima violenza contro i suoi sudditi. Chi lo disse suicida e chi ne fece un martire, e la contraddittorietà di questo estremo giudizio sembra continuare la perplessità che ancora ci coglie di fronte al famoso procuratore di Roma. Egli è assurto a simbolo di viltà, ma forse soprattutto la vittima più illustre della politica.

mercoledì 24 agosto 2016

Jacques il fatalista di Denis Diderot, il dubbio all'epoca della ragione

Jacques il fatalista e il suo padrone
Jacques il fatalista di Denis Diderot, il dubbio all'epoca della ragione. Il romanzo Jacques le fataliste et son maître viene pubblicato da Diderot (1713-1784) a Parigi nel 1796. Chi è questo personaggio fondamentale della storia della letteratura (e della filosofia)? Nulla di trascendentale, nulla di metafisico nel fatalismo di Jacques. "Noi crediamo di guidare il destino, ma è sempre lui a guidarci; e il destino, per Jacques, era tutto ciò che lo toccava o lo avvicinava, il suo cavallo, il suo padrone, un frate, un cane, una donna, un mulo, una cornacchia". La sorte della vita è nella stessa vita che evolve, in maniera ovvia e assurda, nel modo più fantastico e banale degli accadimenti imprevedibili a qualunque ora, giorno, settimana, mese… Ma è sempre giusta se specchiata nel destino che le è, dunque, immanente.

Denis Diderot, 1767,
ritratto da Louis-Michel van Loo
Un destino avventuroso e libero, fermato alla meta breve dei passi umani e conseguente solamente "a posteriori" nelle giustificazioni delle quali Jacques, il pragmatico razionalista, conforta la continua sfortuna dei corsi della propria esistenza. Tutto ciò che avviene deve avvenire. Dove va, Jacques il fatalista? Giacomo non sa nulla a priori e, del resto, non vuole saperne nulla. Egli parte da dove Candido arriva (primum, vivere), e si porta dietro, onesta come fosse un buon vino, quella vecchia saggezza di Rabelais che fu il piatto forte fonte di salute della Francia letteraria fino a Molière e a Beaumarchais.

Un po' Sancho e un po' Figaro, un po' Arlecchino e un po' Sganarello (personaggio comico di Molière), il servo Jacques di Diderot è un popolano dal fresco sentire e dallo sguardo sincero nel cui personaggio il Settecento spezzò più di una lancia per l'idea rivoluzionaria. Jacques il fatalista è un bonario panteista al quale appare "priva di senso la distinzione di un mondo fisico e di un mondo morale". Lui inventa l'universo in una versione semplice dove si possono reperire i motivi che ne costituiranno più tardi, fino a oggi, l'essenza unitaria, variata e resa più colorita dalle infinite reazioni umane.

Prima del Romanticismo e delle sue tempeste, prima di ogni moto coscientemente psicologico Jacques guarda la vita come "un gran nastro che si svolge poco a poco", in un ritmo calmo e, per così dire, naturale al quale non cercherà mai di opporsi. Pur tuttavia non va confuso con il semplicismo la sua perspicace lucidità di visione: è là che trovano risposte le 1000 e ancora 1000 domande di cui è fatto il personaggio del fatalista. Le domande possono essere sfumature – leggeri dubbi che contengono abissi di profondità – alle quali lui risponde con aforismi o paradossi. Ed è poi in una risata che Jacques acconsente, forse perché l'amaro non si senta nella sua voce. L'amaro della pura ragione? Jacques vive il senso profondo di un'esperienza compiuta – la storia del fatalista e l'ultima scritta dal vecchio Diderot – che arricchisce enormemente l'intera vita di un uomo, fatta di contrasti ed intimissimi dubbi proprio nel secolo che aveva voluto credere alla pura ragione.

giovedì 18 agosto 2016

Polifemo, Ciclope, figlio di Posidone nell'Odissea di Omero e nella poesia ellenistica

Polifemo - Galatea si presenta al ciclope. Pittura parietale, I secolo, da Pompei,
Napoli, Museo Archeologico Nazionale - fonte  Wikimedia Commons, foto Stefano Bolognini
Polifemo, Ciclope, figlio di Posidone nell'Odissea di Omero, nella poesia ellenistica e nella nuova commedia greca. Il più conosciuto - Polýphemos significa, in greco antico "che parla molto" - dei Ciclopi, che nella mitologia greca erano immaginati divisi dal mondo civile, e intenti a una vita primitiva di pastori (diversi quindi dai tre figli della terra e del cielo, chiamati anch'essi Ciclopi, aiutanti di Efesto nella sua fucina di fabbro e grandiosi costruttori delle mura "ciclopiche", i bastioni difensivi delle città del Peloponneso). Nel nono libro dell'Odissea i Ciclopi vivono in un'isola deserta di uomini e Polifemo se ne sta appartato anche dai suoi simili. È una figura grottesca e selvaggia che rinchiude Odisseo e i suoi compagni (divorandone qualcuno) nella sua spelonca. È famosa l'astuzia con cui Odisseo riesce a sfuggire al mostro, dopo averlo ubriacato e accecato; così i Greci si portano in salvo, all'aperto, nascondendosi in mezzo al gregge che esce per pascolare.

Il Polifemo di Omero è descritto con anche qualche nota umana – tra il comico e il patetico – quando si rivolge con parole affettuose, non senza tenerezza, alla più grossa delle sue pecore, il maschio che nasconde appunto Odisseo. Da questa avventura nell'Odissea derivano le successive peripezie del protagonista. Odisseo verrà perseguitato da Posidone per avergli accecato il figlio.

Odisseo e i suoi uomini accecano il ciclope Polifemo,
particolare da un'anfora proto-attica, circa 650 a.C.,
Eleusi - fonte Wikipedia Commons
Alla figura di Polifemo rimase sempre legata una certa comicità. Il ciclope fu un personaggio caro alla commedia greca antica e al dramma satiresco. Nel "Ciclope", il dramma satirico di Euripide a noi giunto, è ripetuta l'avventura di Odisseo: rinnovata e resa adatta alla scena con uno sviluppo drammatico più complesso e grazie alla presenza dei satiri allegri e scanzonati. Qui Polifemo è diventato più raffinato e mondano, più buongustaio che feroce: degna vittima del "moderno" Odisseo di Euripide.

Nella stessa epoca il mito di Polifemo fu modificato radicalmente – anche grazie all'influenza di nuove leggende popolari – fino al punto che nella nuova commedia greca e nella poesia ellenistica il ciclope è diventato un personaggio romantico (con accenti comunque grotteschi), musicale e innamorato della Nereide Galatea. La letteratura ellenistica si compiacque di mettere in versi lo sfortunato amore di Polifemo.
In un idillio di Teocrito Polifemo diventa un pastore innocuo e sentimentalmente preso dalla passione per Galatea: prova a conquistarla con doni, o con le altre arti degli amanti sfortunati super-ostinati.

Altri poeti dettero alla storia una fine tragica, in cui ricompariva l'antico ciclope di Omero: giacché Polifemo aveva un rivale, il giovane Aci, e lo uccideva un giorno lanciandogli un masso.
Nei poeti latini la storia di Polifemo talvolta è trattata come un semplice motivo letterario, derivato dalla tradizionale poesia bucolica, ma a volte si ravviva di elementi nuovi, popolari, sempre più diversi e lontani dal modello di Omero.